LA SFIDA DELL’INTIMITA’

Uno dei miei più importanti riferimenti di crescita è Jorge Bucay, nato a Buenos Aires nel 1949, medico e psicoterapeuta di grande esperienza, che da più di quarant’anni utilizza il potere dei racconti per curare il male di vivere

 

Chi sono? Dove vado? E con chi? Sono le sue tre sfide, tre domande a cui rispondere in questo rigoroso ordine

 

Per evitare la tentazione di lasciare che sia chi sta con me a decidere dove devo andare

 

Per non cadere nell’errore di definire chi sono io a partire da chi mi accompagna

 

Per far sì che io non stabilisca la mia rotta sulla base di quella percorsa da un altro

 

Per impedire che qualcuno mi definisca in funzione della direzione che scelgo e ancor meno confondere ciò che sono con la parte del cammino che sto percorrendo

 

In questi ultimi due mesi, in cui il 93% della popolazione mondiale si è trovata in una condizione di blocco, ho avuto modo di parlare con diverse persone di varie latitudini, molte delle quali serene e disponibili ad avventurarsi in nuove modalità di vita

 

Il dato comune di questa inaspettata “reattività” è la loro capacità di vivere un alto grado di intimità individuale

 

La relazione intima impone, come nessun’altra, l’esercizio assoluto dell’AUTENTICITA’. Sincerità e fiducia ne sono i bastioni. Se mi apro addentrandomi nello spazio dell’intimità, mi troverò in un luogo vulnerabile per definizione e, pertanto, inevitabilmente rischioso

 

Diventare intimi è dare all’altro gli strumenti e la chiave per potermi fare del male avendo la certezza che non lo farà.

 

Per questo l’intimità è una relazione che si costruisce in un processo permanente di sviluppo e trasformazione. E situazioni come quelle in cui ci troviamo da mesi, possono accelerare o azzerare questa possibilità. E poiché la prima relazione intima è proprio quella con me stessa, come la gestisco in questo inatteso blocco?

 

Le intensificazioni di Zoom, WhatsApp, telelavoro e chi più ne ha più ne metta, non giocano a favore: spesso mi sembrano linee Maginot proprio per evitare i tète-a-tète personali

 

Mi sono trovata in situazioni in cui potevi chiamare le persone 5 ore dopo, perché impegnate allo spasimo

 

Certo bisogna rispondere pure al “Dove vado?” e “Con chi?”, ma il “Chi sono?” in un momento in cui lo spazio e il tempo si sono azzerati dandoci la possibilità di rivisitarlo, dov’è? Come facciamo ad alleggerirci, riconquistando un vuoto salutare, se continuiamo a correre forsennatamente in una stanza?

 

Se non recuperiamo un’autenticità, per cui gli incontri – quelli virtuali in primis, perché non c’è l’aspetto fisico a decodificarli – diventano recite ben architettate e plateali?

 

Questa incredibile ed imprevista esperienza può condurci ad una nuova intimità, che non avevamo preventivato, e quindi ad altre imprevedibili risorse. Ma bisogna svuotarsi e alleggerirsi. Senza scuse.

 

“Solo così ci incontreremo alla fine. Tu con le tue risposte. Io con le mie.

Vorrà dire che le avrai trovate. Vorrà dire che ci sarò riuscito anch’io.”

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